Spunti e riflessioni sui Diritti Umani

Il 15 luglio scorso pubblicai un articolo sui “Diritti Umani” che vi invito a rivedere e rileggere come premessa all’articolo che mi appresto a scrivere di seguito.

Oggi più che mai, con l’approvazione del DL sicurezza a nome del nostro ministro Salvini, dobbiamo riflettere e tornare con la mente, facendoci aiutare dai libri di storia per i più giovani, all’orrore ed all’abbisso che toccarono le anime dei nostri padri settantanni fa.

Bisogna essere molto vigili ed attenti perché in men che non si dica causiamo sofferenze indicibili ed inenarrabili a migliaia di persone, inoltre ci rendiamo complici dei soprusi che queste persone devono sopportare perché chiudendo i corridoi umanitari non hanno scampo.

Questa serie di spunti e di idee dei pensatori che nell’ultimo mezzo secolo si sono interessati al problema assai complesso dei diritti umani spero ci inducano a riflettere.

Certamente non è un problema di facile soluzione e di sicuro non è possibile affrontarlo da soli, ma non si può neanche disumanizzarsi per eludere il problema.

Ringrazio chi ha voglia di leggere e perché no, confrontarsi.

Riporto dall’articolo del 15 luglio scorso solo un preambolo di Primo Levi:

Quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.

La diffusione planetaria delle norme dei diritti umani è considerata insieme al denaro e internet una delle tre lingue universali della globalizzazione.

In verità tra i diritti umani e il denaro tra la globalizzazione economica e quella morale il rapporto è piuttosto di antagonismo, i diritti umani sono diventati globali non perché sono al servizio degli interessi dei potenti ma in primo luogo perché hanno promosso gli interessi di chi è senza potere, i diritti umani sono diventati globali divenendo locali sostenendo battaglie per la gente comune, contro Stati ingiusti e pratiche sociali oppressive.

L’attivismo dei diritti umani si definisce anti-politico in difesa di rivendicazioni morali universali intese a delegittimare le giustificazioni politiche e quindi ideologiche e settarie degli abusi sugli esseri umani.

Essere attivista dei diritti umani significa per forza di cose schierarsi da una parte, mobilitarsi per obbligare chi commette abusi a fermarsi, di conseguenza un attivista efficace è parziale e politico, nello stesso tempo però la politica dei diritti umani è disciplinata e vincolata da universali morali.

Il ruolo dell’universalismo morale non consiste nel tenere gli attivisti fuori dalla politica ma nel disciplinare la loro parzialità con un pari impegno verso i diritti dell’altra parte.

Dando per scontato di rappresentare diritti universali, non sempre si domandano se davvero rappresentano quegli interessi umani che pretendono di difendere. Non sono stati eletti dagli oppressi quindi il loro diritto a parlare in favore ed a nome di persone di cui difendono i diritti resta un problema insoluto.

Parlando di ONG sono poche quelle legate alla comunità della società civile, i cui interessi esse cercano di promuovere. 

Tuttavia le ONG svolgono una funzione essenziale monitorando degli abusi commessi contro i diritti umani e portandoli alla luce impediscono agli Stati firmatari delle Convenzioni di scendere al di sotto della soglia consentita o almeno smascherano il divario tra le promesse e la pratica, la retorica e la realtà. E’ esattamente per questo motivo che gli Stati dove intervengono le ONG, dichiarano queste ultime fuorilegge o illegittime (vedi dichiarazioni di Salvini) non potrebbe essere altrimenti, stanno ostacolando un’azione criminale o comunque un abuso verso determinati gruppi sociali, di un governo magari anche democraticamente insediato.

Dopo 40 anni di deferenza verso la sovranità degli Stati, le Nazioni Unite decisero negli anni 90 di istituire il proprio gruppo di attivisti dei diritti umani sotto il controllo dell’Alto Commissario per i diritti umani.

L’Alto Commissario per i diritti umani ha il potere di denunciare i governi che violino le convenzioni sui diritti umani, la comunità internazionale ha anche creato nuovi strumenti per punire i trasgressori.

Il tribunale internazionale di Arusha ha emesso le prime sentenze di condanna ai sensi della convenzione sui genocidi dalla sua promulgazione nel 48.

I pubblici ministeri e L’Aia hanno ottenuto le prime sentenze di condanna internazionale per crimini di guerra da Norimberga in poi. In Kosovo è stata avviata la prima indagine legale sul posto relativa ai crimini di guerra in tempi immediatamente successivi a una violazione, lo stesso vale per il Rwanda e la Bosnia.

Diritti umani e autodeterminazione

La triste verità è che l’autodeterminazione nazionale non è sempre vantaggiosa per i diritti umani individuali e che la democrazia e i diritti umani non avanzano necessariamente di pari passo.

Le mancanze degli Stati non possono essere colmate dall’attivismo per i diritti umani delle ONG .

Ciò che è necessario dove gli stati sono carenti sono poteri regionali che si facciano intermediari per accordi di pace tra le fazioni. Forze di pace che assicurino la tregua, assistenza multilaterale per costruire Istituzioni Nazionali come il fisco, le forze dell’ordine, le corti di giustizia ed i servizi di assistenza di base.

Tutto ciò implica coerenza, per esempio quindi, quando gli americani vanno a tenere lezioni sui diritti umani in giro per il mondo, dovrebbero essere disposti ad iniziare almeno un dialogo con gli organismi internazionali su argomenti delicati come la pena di morte ancora in vigore in molti Stati USA, le condizioni delle prigioni americane dove probabilmente i diritti umani vengono calpestati.

Diritti umani e intervento militare

C’è un divario che non è mai stato colmato tra la Carta dei Diritti umani e gli interventi militari.  La prima proclama i diritti umani e vieta l’uso della forza contro altri stati o ingerenze interne, in realtà gli ultimi settantanni sono ricchi di esempi dove la forza viene applicata. Alcuni esempi Haiti, Somalia, Iraq, Bosnia, Kosovo etc.

Già nel 1946 Renè Cassin, uno degli estensori della Dichiarazione dei diritti umani scriveva: quando la violazione dei diritti umani è ripetuta sistematicamente e può minacciare la pace internazionale, il Consiglio di sicurezza ha il diritto/dovere di agire.

Nella pratica i governi ci vanno molto cauti nell’uso di questo diritto e quando lo fanno, tolgono la sovranità per un periodo di tempo limitato, giusto quanto basta per fornire protezione dei diritti umani universali ai gruppi in pericolo all’interno dello stato senza annullarne la sovranità.

Ciò ha generato però casi eclatanti di fallimento di questa linea di condotta, ci sono stati degli interventi parziali o tardivi come in Kosovo, Bosnia, Iraq che non hanno risolto il problema e mancati interventi come in Rwanda che hanno creato situazioni ancora più gravi. Quindi la soluzione del problema non è semplice.

Alla fine degli anni 90 sono emersi tre criteri per il razionamento degli interventi:

1 gli abusi riguardanti i diritti umani in questione devono essere gravi sistematici e dilaganti

2 devono rappresentare una minaccia alla pace internazionale e alla sicurezza nella regione  circostante

3 L’intervento militare deve avere una reale probabilità di mettere fine agli abusi.

In realtà entra in gioco anche un quarto criterio: La regione in questione deve essere di vitale interesse, per ragioni geopolitiche, strategiche o culturali per una delle potenze del pianeta e non deve esserci l’opposizione di un’altra potenza all’uso della forza.

Ovviamente il confine tra gli abusi riguardanti i diritti umani puramente interne e quelli che minacciano la pace e la sicurezza internazionale non è netto e i costi futuri o differiti della scelta di restare in silenzio riguardo agli abusi interni possono essere davvero terribili.

Tuttavia, la regola che vieta l’intervento negli altri Stati protegge gli stati più deboli da quelli forti e garantisce un livello minimo di parità tra le comunità nazionali nell’arena mondiale.

L’aspetto, a mio modesto avviso, grave è che non c’è una precisa formalizzazione del diritto di intervento nel sistema dell’ONU per cui avviene che uno o una coalizione di Stati intervengano autonomamente in nome dei diritti umani evitando del tutto la procedura di autorizzazione delle Nazioni Unite. Anche se, la mancanza di regole precise di un intervento avvallato dal consenso internazionale, rende gli interventi più limitati e parziali.

Diritti umani come idolatria

Quello dei diritti umani è un discorso che riguarda il conferimento di potere individuale, e il conferimento di potere agli individui è desiderabile perché quando gli individui hanno capacità di azione, sono in grado di proteggere se stessi dall’ingiustizia.

Ugualmente, quando gli individui hanno capacità di azione, essi possono decidere da se per che cosa vogliono vivere e morire.

In questo senso mettere l’accento sulla capacità di azione significa conferire potere agli individui, ma anche stabilire dei limiti precisi alle rivendicazione dei diritti umani.

La protezione della capacità di azione umana ci richiede di proteggere il diritto di tutti gli individui di scegliere la vita che essi ritengono opportuno condurre.

La critica abitualmente rivolta a questo tipo di individualismo è che impone ad altre culture una concezione occidentale dell’individuo. Secondo Ignatieff, è il contrario: l’individualismo morale protegge la diversità culturale poiché una posizione individualistica deve rispettare diversi modi in cui gli individui scelgono di vivere le loro vite.

In questa direzione di pensiero, i diritti umani sono soltanto un agenda sistematica della “Libertà negativa” descritta da Isaiah Berlin, una cassetta degli attrezzi contro l’oppressione, una cassetta degli attrezzi che gli attori individuali devono essere liberi di usare se lo ritengono opportuno all’interno del più ampio contesto delle credenze culturali e religiose in cui vivono.

Diritti umani e individualismo

Secondo Ignatieff, il nocciolo della dichiarazione universale dei diritti umani è l’individualismo morale. Lo scopo e la giustificazione ultima dei diritti del gruppo non sono quindi la protezione del gruppo in quanto tale ma la protezione degli individui che lo compongono.

E’  precisamente tale individualismo a rendere i diritti umani universali, a parlare un unico linguaggio che permette a persone in posizione di dipendenza di percepirsi come agenti morali e di agire contro pratiche che sono ratificate dalla pressione e dall’autorità delle loro culture.

I diritti umani non delegittimano la cultura tradizionale nel suo insieme non è questo il loro compito. Le donne che a Kabul si rivolgono alle agenzie per i diritti umani cercando protezione dalle milizie dei talebani non vogliono smettere di essere mogli e madri musulmane; vogliono combinare il rispetto per le loro tradizioni con l’istruzione e con l’assistenza sanitaria fornita da un medico donna. Esse sperano che le agenzie le difendano dall’essere percosse e perseguitate per la rivendicazione di questi diritti.

La legittimità di queste rivendicazioni è rafforzata dal fatto che a farle non sono attivi gli stranieri dei diritti umani ma direttamente le vittime.

In Pakistan, i gruppi locali per i diritti umani, e non le agenzie internazionali guidano la lotta per difendere le donne povere delle campagne dagli “omicidi d’onore” ossia dall’essere bruciate vive quando disobbediscono ai mariti; sono le donne islamiche pakistane a criticare la grottesca distorsione degli insegnamenti dell’islam che giustifica questa violenza.

I diritti umani sono divenuti globali passando per la dimensione locale, conferendo potere a chi potere non ha, dando voce a chi voce non ha.

Come sostiene Jack Donnelly “i diritti umani assumono che la gente probabilmente sia del tutto idonea, ed in ogni caso autorizzata, a scegliere quella che per loro stessi è la vita buona”

Ciò che la Dichiarazione autorizza è il diritto di scegliere, e in particolare il diritto di andare via quando la scelta è impedita. Il linguaggio dei diritti non si sarebbe mai diffuso globalmente se queste enunciazione non fossero state  dotate di una forza di autentica attrazione per milioni di persone, specialmente per le donne che vivono in società teocratiche, tradizionali o patriarcali.

I diritti umani devono assumere che esistono molte visioni divergenti della buona vita umana e che quella occidentale è solo una tra le tante e che gli attori  dovrebbero poter dare il contenuto che più si accorda con la loro storia e le loro tradizioni. In realtà, gli attivisti occidentali dei diritti umani hanno ceduto eccessivamente di fronte alla critica del relativismo culturale.

“Il relativismo culturale è l’alibi costante della tirannia”

Il modo migliore per far fronte alla critica culturale ai diritti umani è ammettere la sua verità: i diritti umani sono individualisti e per questo un rimedio contro la tirannia.

Un altro vantaggio dell’ individualismo liberale è che si tratta nettamente di una teoria “leggera” del bene umano: definisce e mette al bando il “negativo” e cioè quelle limitazioni e ingiustizie che rendono ogni vita umana, comunque concepita, impossibile; allo stesso tempo esso non prescrive la gamma “positiva” delle vite buone che gli esseri umani possono condurre.

I diritti umani solo moralmente universali perché affermano che tutti gli esseri umani necessitano di alcune specifiche “libertà da”; non si spingono oltre nel definire in che cosa la loro “libertà di” debba consistere.

In questo senso il loro universalismo meno prescrittivo di quello delle religioni Mondiali: “Formula requisiti di vita umana decente senza violare i diritti dell’ autonomia culturale”.

Coloro quindi che cercano di ottenere la protezione dei diritti umani non tradiscono la loro cultura e non approvano necessariamente gli altri valori occidentali: quel che cercano di ottenere è la protezione dei loro diritti di individui all’interno della loro cultura.

La resistenza autoritaria alle loro richieste prende immancabilmente la forma della difesa della cultura come un tutto contro le intrusioni dell’imperialismo culturale dell’occidente. L’intervento dei diritti umani è legittimato quando l’autorità tradizionale patriarcale o religiosa è primitiva arretrata o incivile non secondo i nostri standard ma secondo gli standard di coloro che quella autorità opprime.

“La legittimità dell’intervento deriva dalle loro esigenze, non dalle nostre”.

La crisi spirituale

Perché gli esseri umani hanno dei diritti anzitutto?

Che cosa c’è nella specie umana, nell’individuo umano che li rende titolari di diritti?

Se c’è qualcosa di speciale nella persona umana perché il valore di questa inviolabilità e così spesso richiamato perché violato anziché rispettato?

Se gli essere umani sono speciali perché ci trattiamo così male l’un l’altro?

L’articolo primo della dichiarazione universale non si perde in giustificazioni e semplicemente asserisce:

” tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

La dichiarazione universale dei diritti umani enuncia i diritti ma non spiega perché li abbiamo.

Se facciamo un rapido cenno alla storia della dichiarazione ci permette di capire che questo silenzio fu deliberato quando Eleanor Roosevelt organizzò, nel suo appartamento di Washington Square nel febbraio del ‘47 il primo incontro per la sua stesura, un confuciano cinese e un tomista libanese si diedero a teorizzare inflessibilmente sulle basi filosofiche e metafisiche dei diritti.

Eleanor Roosevelt concluse che l’unico modo per fare passi avanti era che Occidente e Oriente fossero d’accordo nel non essere d’accordo.

C’è perciò un silenzio deliberato al cuore della cultura dei diritti umani invece di una corposa serie di giustificazioni per spiegare perché i diritti umani sono universali invece di ragioni che risalgono ai principi fondamentali la dichiarazione universale dei diritti umani dà semplicemente per assodata l’esistenza dei diritti e procedere con la loro elaborazione.

L’obiettivo della dichiarazione prospettare un mondo nel quale quanti si fossero sentiti privati dei loro diritti civili e politici avrebbero potuto rivendicare ed ottenere protezione sulla base dei loro diritti come esseri umani.

In altre parole come sostiene il filosofo Charles Taylor,  il concetto di diritti umani “potrebbe viaggiare meglio separatamente dal suo bagaglio di giustificazioni sottostanti” 

Quindi sottostante al civile e politico c’è il naturale.

Ma ciò significa assumere che la capacità di comportarsi in modo decente sia un attributo naturale.

Dove sta la prova empirica di questa tesi?

Un’assunzione più verosimile è che la moralità umana in generale e i diritti umani in particolare rappresentano un tentativo sistematico di correggere e contrastare le tendenze naturali che abbiamo scoperto in noi stessi in quanto esseri umani.

La tendenza specifica che cerchiamo di contrastare e che siamo naturalmente disposti per motivi genetici a prenderci cura di chi ci sta vicino, i nostri figli la nostra famiglia le nostre relazioni intime, le nostre convinzioni etiche religiose e le nostre origini etniche invece siamo naturalmente indifferenti rispetto a tutti quelli che sono fuori da questa cerchia.

Come ha affermato Avishai Margalit, “abbiamo bisogno della morale per vincere la nostra naturale indifferenza verso gli altri”.

In “Le origini del totalitarismo” Hannah Arendt ha sostenuto che quando i cittadini ebrei degli stati europei furono privati dei loro diritti civili e politici, quando da ultimo erano stati spogliati di tutto, denudati,  e potevano rivolgersi a coloro che li catturavano solo come meri esseri umani, essi si scoprirono che perfino la loro nudità non era in grado di risvegliare la pietà dei loro carnefici.

Come afferma Arenth,  “un uomo che non è altro che un uomo sembra aver perso le qualità che spingevano gli altri a trattarlo come un proprio simile”.

La dichiarazione universale volle ristabilire l’idea di diritti umani nell’esatto momento storico in cui era apparso manifestatamente che essi non avevano fondazione alcuna in attributi umani naturali.

L’olocausto ha dimostrato che non possiamo trovare un fondamento per i diritti umani nella pietà o nella solidarietà naturale dell’uomo, anzi la realtà è tutt’altra.

I diritti umani sono una delle realizzazioni di ciò che Judith Shklar  ha avuto modo di definire come “ Il liberalismo della paura”. 

Nel ’59 Isaiah Berlin sostenne che dopo l’Olocausto la legge morale è alimentata non più dalla credenza nella ragione ma dalla memoria dell’orrore.

Per Amy Gutman e Deninis Thompsonin in Democracy and Disagreement, Harvard University 1996:

“L’impegno morale fondamentalmente implicato dai diritti non è al rispetto o alla venerazione è un impegno alla deliberazione”.

Quindi la condizione minima per deliberare insieme a un altro essere umano che non è necessariamente il rispetto, ma una tolleranza meramente negativa, la volontà di sedere allo stesso tavolo, di prestare ascolto a  pretese che non si ascoltano volentieri, con lo scopo di trovare compromessi che impediscano rivendicazioni concorrenti di finire col recare danni irreparabili a entrambe le parti.

Un altro aspetto toccato dalla dichiarazione dei diritti umani è che essa deve essere una difesa Laica dei diritti che discende dall’idea di reciprocità morale ossia dal giudicare le azioni umane sottoponendoli a questo semplice test: vorremmo essere dalla parte di chi è oggetto di queste azioni?  e poichè non possiamo concepire una circostanza nella quale noi o chiunque altro possa desiderare di essere sottoposto ad abusi mentali o fisici abbiamo buone ragioni di credere che queste pratiche debbano essere bandite.

Questa difesa laica dei diritti umani lascia necessariamente insoddisfatti i pensatori religiosi. Ma la dichiarazione universale non può sottostare a nessun credo religioso può essere reinterpretata come una somma della saggezza morale accumulata nel corso del tempo.  

Paul Gordon Lauren comincia la sua storia dell’idea di diritti umani con un inventario delle religioni mondiali, concludendo con l’affermazione che

”Quella della dignità morale di ogni persona è una convinzione che nessuna civiltà, nessun popolo, nazione o area geografica può rivendicare come propria esclusiva” 

Salvatore Veca, filosofo ed accademico dell’Università di Milano sostiene che: “Il linguaggio dei diritti umani è intrinsecamente connesso alla memoria del male”.

Come ha osservato Tzvetan Todorov “Il male non è un’aggiunta accidentale alla storia dell’umanità, di cui ci si potrebbe sbarazzare facilmente: esso é legato alla nostra stessa identità; per eliminarlo, bisognerebbe cambiare specie”,

I diritti umani partono dal riconoscimento della priorità del male, nel senso che è fissato dalla connessione fra memoria dell’orrore e ascrizione universalistica di diritti fondamentali alle persone per il semplice fatto che sono persone, indipendentemente dalla differenza che le identifica collettivamente, politicamente, sessualmente, religiosamente, etnicamente e culturalmente.

Da qui discendono due implicazioni:

1- riguarda la tradizione europea che è stata teatro di un generale massacro nel ventesimo secolo ed ha elaborato i criteri etici per il riconoscimento di barbarie e per la loro condanna.

2- ha a che vedere con la “vexata quaestio” del retaggio del recente progetto illuministico.

Nella sua storia morale dell’umanità del ventesimo secolo Jonathan Glover ha osservato che vi è qualcosa come una speranza nel progetto dell’illuminismo: conoscendoci meglio potremmo fare qualcosa per creare un mondo in cui vi sia meno dolore e sofferenza. La minimizzazione del male socialmente evitabile, sostiene il progetto dell’illuminismo, è connessa alla crescita della conoscenza di noi e del mondo.

La priorità del male, cui risponde alle origini linguaggio dei diritti umani, ci mostra che è possibile mantenere quella speranza ma che Bisogna capire più cose circa noi stessi, cose più tristi e più fosche, di quanto coloro che condividono la speranza abbiano in genere permesso”

Ora dovremmo provare ad esplorare lo spazio di ciò che per noi è male in quanto la minimizzazione del male e della sofferenza sociale evitabile sembra preferibile alla massimizzazione di una qualche idea del bene.

Allora quali sono quelle circostanze, quelle azioni, quei trattamenti di persone che fanno slittare la qualità di una vita umana verso la gamma del disvalore?

Spinoza ci ricorda che il male è semplicemente “ciò che ci impedisce di essere in possesso di un bene “.

È possibile pensare a un indice dei mali sociali primari quindi definire quei mali sociali che precludono se veramente qualsiasi bene per persone che fossero al buio della loro concezione del bene e sui loro prospetti di vita. dovremmo quindi interpretare l’indice dei mali sociali primari come un paniere dei deficit che precludono il perseguimento degli scopi, quali essi siano  e sperare che l’indice sia piuttosto monotono da qualunque parte del mondo.

Samuel Beckett ha parlato della monotona centralità del male per tipi come noi. Una congettura interessante potrebbe essere questa: vi è una singolare asimmetria fra lo spazio del male, quello in cui redigiamo l’indice dei mali sociali primari, e lo spazio del bene, in cui produciamo e riproduciamo interpretazioni distinte e variegate. Potremmo allora pensare a una soglia, una sorta di confine fra i due spazi.

Lo spazio del male sembra chiedere meno impegno interpretativo per asserire che vi è del male per le persone.

Lo spazio del bene implica, all’inverso, il lavorio dell’interpretazione come un suo elemento costitutivo e questo rende conto del suo essere riconoscibile come lo spazio pluralistico dei beni umani.

Allora una tesi universalistica sui diritti umani mira a proteggere le persone per ciò che può loro accadere nello spazio del male e non deve invadere lo spazio dei beni umani, quindi possiamo dire che i diritti umani picchiettano e perimetrano la regione del male.

Chi proviene da culture diverse sostiene Ignatieff, può continuare a essere in disaccordo riguardo a ciò che è bene ma nondimeno essere d’accordo su ciò che è insopportabilmente è indiscutibilmente sbagliato.

Gli impegni universali implicati dai diritti umani possono essere compatibili con un’ampia varietà di modi di vivere solo se l’universalismo sotteso è consapevolmente minimalista.

Riconoscere la monotona centralità del male non vuol dire sostenere che vi sia una sola dimensione del disvalore per le persone in qualsiasi parte del mondo. La metrica del disvalore sembra piuttosto di chiedere un’informazione plurale e complessa dovrebbe essere rispondente ad almeno due dimensioni moralmente importanti: La prima è quella per cui noi ci troviamo nella condizione dei pazienti morali; la seconda è quella per cui noi ci troviamo propriamente nella condizione degli agenti morali.

Amartya Sen dichiara che la dimensione dei pazienti morali è chiamata in causa dalla contrazione o dall’azzeramento della capacità delle persone di definire, modellare e scegliere i loro progetti di vita.

Il male per i pazienti è il mancato riconoscimento di quanto è loro dovuto in termini di compensazione dello svantaggio nei funzionamenti mentre il male per gli agenti è il mancato riconoscimento della loro distinta identità esemplificata dalla capacità delle persone di scegliere vite che abbiano senso per chi le vive.

Tornando ad Ignatieff , egli scrive:“i diritti umani sono importanti perché aiutano la gente ad aiutarsi”, proteggono la loro capacità di azione dove con capacità di azione si intende la capacità di ogni individuo di perseguire scopi razionali senza ostacolo o intralcio.

Con razionali non si intendono necessariamente scopi saggi o degni di stima ma soltanto scopi che non comportano un danno ad altri esseri umani e che rappresentano il bene per il singolo individuo. 

Ciascuna persona ha il diritto a che la sua proprietà di agente morale sia tutelata e protetta contro il fatto dell’oppressione dai molti volti: contro azioni, trattamenti e pratiche che violano e invadono lo spazio delle scelte individuali, riducendo o contraendo e, nelle circostanze più severe, azzerando la capacità di azione delle persone.

Sappiamo che il linguaggio dei diritti umani presuppone che riconoscimento dovuto alla proprietà di agenti morali consiste nel rispetto dei confini dei loro spazi di scelta.

L’invasioni dei confini non sono altro che le pratiche di crudeltà oppressione esse coincidono con una varietà di impieghi di potere, politico, religioso, economico e sociale, che talune persone esercitano su altre i modi che sono intrinsecamente ingiusti, in quanto impongono vincoli sui gradi di libertà delle persone di essere origine attrici dei propri fini, quali che siano.

Il linguaggio dei diritti umani ha assunto il paradigma dell’emancipazione dalle catene.

Questo non ce lo dice un teorema di filosofia politica. Questo lo dice il punto di vista delle vittime, l’unico punto di vista che dovrebbe contare in faccende come queste.

Come scrisse Berlin, ci concentreremo sulla libertà negativa, che è incentrata su ciò che impedisce alle persone di perseguire i loro scopi, i diritti umani e coloro che operano per la loro affermazione hanno lo scopo di rimuovere gli ostacoli e far sì che la gente possa raggiungere ciò che decide essere giusto per loro.

Ancora una volta Spinoza ci ha ammonito: il male è l’esclusione del bene e per questo, come osserva Ignatieff, i diritti umani fondamentali, proteggendo la libertà negativa delle persone, mirano essenzialmente “a mettere al bando il negativo”, e chiama in causa direttamente la nostra dimensione di agenti morali la nostra capacità di azione.

A questo punto possiamo specificare il discorso su pazienti e agenti morali, dicendo che il nucleo dei diritti umani, intesi come diritti umani fondamentali, consiste nell’insieme di strumenti per ridurre e azzerare possibilmente le manovre dell’oppressione e della crudeltà che hanno come effetto la conversione di agenti in pazienti.

Ricordiamoci sempre che noi siamo ora indotti a guardare alle vittime dei trattamenti, delle istituzioni e delle pratiche sociali della crudeltà e dell’oppressione politica religiosa, sociale, culturale, sessuale o economica che sia -come agenti potenziali, anche quando esse versino nella più severa condizione della sofferenza del paziente. l’effetto delle politiche della crudeltà e dell’oppressione è infatti, alla fin fine, la conversione di agenti in pazienti. 

E questo è il male par excellence per gli esseri umani:  la violazione del loro status di agenti, la contrazione, l’erosione e la mutilazione della loro capacità di azione, sino alla distruzione stessa della loro vita.

Ora negli ultimi decenni c’è stata una riclassificazione dei diritti umani e più precisamente questa riclassificazione rispetto alla fine della seconda guerra mondiale quindi a quando sono stati scritti i diritti umani mira a dare pesi differenti ed a generare un qualche ordinamento in termini di priorità di diritti.

Come osserva sempre  Ignatieff a proposito della politica contemporanea dei diritti umani e dei suoi dilemmi, a partire dalla fine della guerra fredda e dal sisma geopolitico della fine degli anni ’80, il linguaggio dei diritti umani è divenuto la lingua della potenza, una lingua che ha assunto fisionomia Imperiale in un quadro di politica internazionale drasticamente caratterizzata dallo squilibrio unipolare.

In questo periodo, mentre l’intero sistema delle istituzioni internazionali transnazionali è rimasto modellato sulla scena primitiva ed è diventato sempre meno influente, è bene tener presente che in nome dei diritti umani, negli ultimi decenni, sono state fatte guerre occidentali.

E sempre in nome dei diritti umani le guerre occidentali hanno avanzato la pretesa dell’eticità la domanda la conosciamo: quis iudicabit?

A chi compete l’autorità del giudizio etico?  Ignatieff chiarisce con precisione e realismo, le tensioni, i dilemmi e le contraddizioni generate da una politica dei diritti umani che ha perseguito in modo inevitabilmente selettivo e particolaristico fini che dovrebbero avere carattere intrinsecamente universalistico.

Habermas ha osservato che noi siamo stati osservatori di versioni selettive, di interpretazioni tendenziose e di applicazioni parziali dei diritti umani, ma anche di vere e proprie strumentalizzazioni vergognose che, dando copertura universalistica a interessi particolari di potenza, hanno finito per far credere che l’intero senso dei diritti umani fosse riconducibile al loro abuso.

E ancora dopo l’11 settembre 2001 sembra che la risposta alla crudeltà del terrorismo di reti del radicalismo islamico tenda a innescare reattivamente o a rilanciare con durezza un progetto di ordine mondiale inevitabilmente e consapevolmente unilaterale in cui la parola d’ordine è l’esportazione militare di modelli istituzionali ed i modi della convivenza che esemplificano il bene politico e civile. 

La tentazione del bene sembra alle radici di faccende losche, di questi tempi.

Peace through Strength è lo slogan hobbesiano degli influenti circoli neoconservatori statunitensi; e lo slogan è esplicitamente formulato in opposizione dello slogan Kantiano e kelseniano Peace through Law.

Quindi secondo Salvatore Veca potremmo essere indotti a favorire una cultura del limite, che vede nella giustificazione dei diritti umani come semplice promemoria della nostra crudeltà e della nostra vergogna.

Forse solo così avrà un qualche senso preciso la cauta e prudente fiducia nel fatto che le ragioni dell’adesione dell’estensione e della condivisione del discorso dei diritti umani possono essere a loro volta il semplice promemoria di una vaga e preziosa idea di dignità e fioritura delle persone.

Secondo Danilo Zolo siamo in un contesto drammatico per vari motivi:

1 la dottrina occidentale del diritti dell’uomo sta riscuotendo successo in tutto il mondo ma non per questo essa può pretendere a una sicura giustificazione etica filosofica. La validità dei diritti dell’uomo può essere affermata solo in termini storico politici e pragmatici e non in termini metafisici o addirittura teologici.

2 Una concessione sobria e rigorosa dei diritti dell’uomo riconosce che essi riguardano non ogni legittima aspettativa dei soggetti umani, ma soltanto l’aspettativa della Libertà negativa. il presupposto della dottrina dei diritti dell’uomo e l’individualismo politico e il connesso primato dei diritti individuali non solo rispetto ai legami di solidarietà sociale ai doveri di lealtà politica ma anche rispetto dei cosiddetti diritti collettivi.

3  La dottrina dei diritti dell’uomo, liberata da ogni enfasi metafisica e selettivamente identificata con la tutela della Libertà negativa gode di una universalità umanitaria qui può proporsi legittimamente a tutte le civiltà e culture del pianeta.

4 All’universalità dei diritti dell’uomo non corrisponde oggi l’università  della loro protezione internazionale, poiché vi si oppone il particolarismo degli stati nazionali e il principio della inviolabilità delle loro frontiere. La sovranità degli Stati, per quanto in linea di principio irrinunciabile, non può impedire che in determinati casi, come è accaduto in Iraq, in Bosnia Erzegovina in Kosovo la forza delle Armi venga usata per imporre a uno Stato di rispettare al suo interno i diritti dell’uomo.

Commenti critici a queste quattro fasi:

Diritti senza fondamento

Ignatieff riconosce senza esitazione che la dottrina dei diritti dell’uomo ha radici nelle tradizioni occidentali e che è emersa in un determinato periodo storico a conclusione di violenti conflitti sociali e politici per cui non ci sono argomenti razionali che provino l’universalità della dottrina dei diritti dell’uomo se la si intenda come una teoria generale della Giustizia e della Good life. I diritti di libertà e i diritti patrimoniali ad esempio sono in contrasto con i Diritti Sociali ispirati al valore dell’uguaglianza mentre il diritto alla sicurezza minaccia sempre di più il diritto alla privacy, il riferimento ai diritti spesso irrigidisce e accentua i contrasti anziché risolverli. i diritti elencati nei bells all right occidentali sono storicamente esposti a continue revisioni sono formulati in termini imprecisi e semanticamente ambigui, hanno natura eterogenea e soprattutto sono solcati da antinomie deontiche che frustano qualsiasi tentativo di dar loro una funzione coerente e unitaria.

Per Norberto Bobbio la teoria dei diritti dell’uomo manca sia di rigore analitico che di fondamento filosofico.

Secondo Norberto Bobbio quindi accade che il catalogo dei diritti sia incline ad espandersi per successive generazioni o per interpolazioni normative legate a pure circostanze di fatto. 

Bobbio ha riferito ciò che è rilevante per l’attuazione concreta dei diritti dell’uomo non è la prova della loro fondatezza e invalidità universale, ciò che realmente conta è che i diritti soggettivi godono di un ampio consenso politico e che si diffonda il linguaggio dei diritti come espressione di aspettative e di rivendicazioni sociali ma il consenso è un dato puramente empirico e storicamente contingente oltre che difficilmente accertabile in termini rigorosi: esso non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcuna intrusività missionaria.

Ammonisce Bobbio una cosa è la loro rivendicazione un’altra è la loro effettiva tutela.

Ignatieff è meno netto di Bobbio per lui la dottrina dei diritti dell’uomo nasce dall’idea dell’Unità della specie umana e dall’intuizione morale che ogni membro della specie merita un eguale considerazione morale e non deve essere perciò umiliato o sottoposto a sofferenze ingiustificate.

Il successo storico di questa idea è il vettore del Progresso morale dell’umanità, è questo Progresso a conferire plausibilità e forza alla dottrina occidentale dei diritti dell’uomo.

Secondo ignatieff è empiricamente accertabile che laddove gli individui sono titolari di diritti fondamentali è meno probabile che essi vengano discriminati oppressi o fatti oggetto di violenza, il linguaggio dei diritti, nato in occidente, si è diffuso in tutto il mondo perché i diritti soccorrono gli individui più deboli contro i regimi ingiusti e oppressivi. 

Libertà negativa, Libertà di adesione, diritti collettivi

Ancora una volta Bobbio sottolinea che l’individualismo è la premessa filosofico politico e generale della dottrina dei diritti dell’uomo.

Agli albori del Rinascimento l’antropologia individualista ha promosso in Europa, è bene ricordarlo, soltanto in Europa un vero e proprio rovesciamento del rapporto fra individui e l’autorità politica.

Con la nascita dello Stato moderno europeo il dovere ha lasciato così il campo a una nuova figura deontica quella dell’aspettativa o della pretesa individuale collettivamente riconosciuta e tutelata nella forma del diritto soggettivo.

E’ un diritto inteso come jus in opposizione alla lex cioè al comando del sovrano e del diritto oggettivo.

Decade l’idea armonistica e nomologica dell’ordine naturale e della sua strutturazione gerarchica e si consolida il primato metafisico e sociale del soggetto umano e della sua coscienza individuale come luogo dell’autonomia morale della libertà politica sia pure entro un contesto sociale che si vuole ordinato dalla ragione dalla morale e dal diritto.

Ignatieff va molto oltre il senso positivo della parola libertà, essa deriva dall’aspirazione dell’individuo ad essere padrone di se stesso in altre parole è la volontà non solo di essere libero ma di essere autonomo e cioè dotato di una propria personale identità e di una capacità di progettare la propria vita e di giocare il proprio destino.

La libertà positiva implica la libertà dal bisogno come condizione della libertà di adesione.

La diatriba nasce in quanto la libertà positiva richiede anche che l’individuo sia tutelato non in quanto astratta monade esistenziale, ma in quanto appartenente a una comunità culturale e quindi ne derivano dei diritti collettivi che possono essere in contrasto con i diritti individuali.

Ignatieff sostiene che i diritti collettivi siano subordinati a quelli individuali, in realtà la situazione è un po’ più complessa, in quanto il riconoscimento e la protezione dei diritti collettivi sono una condizione essenziale dell’affermazione dei diritti individuali e nello stesso tempo sono in tensione con essi: si pensi alla protezione dell’identità e dell’autonomia politica dei gruppi linguistici e culturali e dei popoli più deboli “le nazioni senza Stato” alla battaglia contro la discriminazione economico-sociale di intere categorie di lavoratori migranti all’interno delle società nazionali, alla lotta contro la povertà e le malattie epidemiche di estese aree continentali, alla liberazione dei paesi economicamente arretrati dal indebitamento estero.

Ignatieff propone di contenere l’intera gamma dei diritti individuali nell’area della Libertà a non essere ostacolati da poteri oppressivi nella sfera dell’integrità personale, dell’attività economica e della privacy.

Universalità minimale

Una teoria che si limiti a definire le condizioni minime perché la vita sia degna di essere vissuta può essere accolta e praticata con fervore in ogni angolo della terra.

La linea di difesa di Ignatieff sull’universalità dei diritti cade in un pregiudizio etnocentrico e viene criticata profondamente dalle culture non occidentali nel tempo è stata criticata dalle culture africane dalla rivoluzione khomeinista. Oggi è molto criticata dall’Asia del sud-est e del NordEst in particolar modo la Malesia e la Cina contrappongono ai valori universali occidentali diciamo l’Asian values ed hanno acquistato particolare vigore e prestigio negli ultimi anni grazie a due leaders carismatici come il filosofo di Singapore Lee kuan Yew ed il premier malese Mohamed Mahathir.

Il loro rifiuto riguarda in particolare la tradizione liberaldemocratica e la dottrina dei diritti dell’uomo con la sua idea organica della famiglia e della società, la tradizione confuciana offre a circa un miliardo e mezzo di persone il quadro ideologico più adatto per contenere gli effetti anomici dell’economia di mercato e per attenuare le spinte disgregatrici dell’individualismo e del liberalismo occidentale.

La tutela dei diritti dell’uomo e il principio dell’uguaglianza giuridica dei cittadini hanno d’altra parte scarso interesse per queste popolazioni che sono ancora in larga parte oppresse dalla miseria e che fino a poco tempo fa subivano inermi lo strapotere del colonialismo occidentale.

Il giurista cinese Chung-Schu Lo  ha ricordato che il diritto soggettivo è estraneo all’ethos confuciano e non è mai esistita nella lingua cinese alcun lemma che corrisponda alla nozione occidentale di diritto soggettivo.

Nella tradizione confuciana a dominare non è l’idea di diritto individuale ma è quella di relazione sociale fondamentale sovrano-suddito, genitori-figli, marito-moglie, primogenito-secondogenito, amico-amico.

Anche dal punto di vista giuridico, mentre in occidente si cerca di ottenere ragione e c’è una spersonalizzazione delle competizioni e delle controversie nella tradizione confuciana la finalità è la conciliazione attraverso pratiche di compromesso e di mediazione quindi la soluzione transattiva delle controversie si fonda sulla personalizzazione del caso singolo e non sulla sua spersonalizzazione formalistica.

I valori alla base quindi dell’armonia sociale sono la famiglia, il rispetto dell’Autorità, il senso di responsabilità dei funzionari pubblici e sono discorsi che ovviamente divergono dalla prospettiva occidentale e l’occidente viene percepito come un luogo dove i valori comunitari decadono sotto la spinta di un individualismo sfrenato.

L’uso della forza

Secondo Ignatieff quando uno stato mette a repentaglio la vita dei suoi cittadini violando nei diritti fondamentali, la sua sovranità non può essere rispettata. La comunità internazionale ha il dovere di intervenire applicando sanzioni e nei casi più gravi usando lo strumento militare. Non esistono rimedi diplomatici o pacifici scrive perentoriamente Ignatieff quando si ha a che fare con un Hitler-Stalin- Saddam Hussein o Paul Pot.

La guerra dunque anche se Umanitaria, decisa unilateralmente e illegalmente dalla NATO contro la repubblica federale Jugoslava è una guerra legittima eticamente irreprensibile se ha come obiettivo la tutela dei diritti dell’uomo e per antonomasia una guerra giusta perché non ha finalità di conquista territoriale né di definitiva soppressione della sovranità di uno Stato: i paesi occidentali impegnati in interventi umanitari in un determinato Paese hanno sempre usato la forza delle armi per portare pace e Democrazia e stabilità e poi si sono prontamente ritirati.

Il limite alla teoria di Ignatieff è che non ci si domanda quale possa essere l’autorità neutrale e imparziale, l’autorità universalistica come universalistici egli pretende che siano i diritti dell’uomo, investita dall’autorità morale prima ancora che politica di decidere il sacrificio di persone innocenti, Ignatieff dimentica che la guerra moderna e la più radicale negoziazione dei diritti degli individui a cominciare dal diritto alla vita è un evento incommensurabile con le categorie dell’etica e del diritto.

Nella teoria di Ignatieff la sola preoccupazione è che l’uso umanitario della guerra sia tempestivo, efficace, coerente e non tardivo e parziale, come egli sostiene è accaduto in Rwanda, in Bosnia e nel kosovo. è necessario che l’uso umanitario della forza militare non sia condizionato dagli interessi politico strategici delle grandi potenze, che non sia neppure subordinata alla tutela della pace internazionale. 

A questo scopo occorre a suo parere che le nazioni unite vengano riformate in modo che il consiglio di sicurezza sia autorizzato a usare sistematicamente la forza per fini umanitari e non solo per la tutela della Pace e dell’ordine internazionale. in questo modo la coincidenza fra universalità dei diritti e universalità degli interventi armati per la loro protezione renderebbe del tutto legittimi le guerre umanitarie e si eviterebbe cosicché coalizioni di volenterosi che decidono comunque giustamente di usare la forza senza tener conto dell’autorità delle Nazioni Unite e quindi screditandole.

Si può dunque concludere che per quanto l’universalismo etico-giuridico d’Ignatieff tenda, come ogni universalismo, verso l’intolleranza, l’aggressività, la negazione della diversità e della complessità del mondo.

L’intera operazione di secolarizzazione pragmatica della dottrina dei diritti dell’uomo proposta da Ignatieff finisce contraddittoriamente in un’ennesima esaltazione dell’uso della forza internazionale da parte delle potenze occidentali.

E’ una conclusione in linea con il fondamentalismo umanitario che oggi motiva le strategie egemoniche degli Stati Uniti e dei loro alleati europei e che provoca in tutto il mondo la replica sanguinosa del Global terrorism, incluso il terrorismo suicida.

Nulla è più idolatrico e monoteistico e ingenuo dell’idea di una guerra condotta in nome dei diritti dell’uomo.

Voglio concludere dicendo che, l’argomento è più che mai attuale ed in evoluzione, ad ogni modo, a mio modesto avviso, siamo tenuti a rintracciare quei diritti fondamentali delle persone che funzionino come risorse di protezione contro il male. Il ventesimo secolo ci mostra, in risposta alle interrogazioni, che vi sono modi di esercizio del potere che possono essere agenti supremi del male supremo. La minimizzazione della sofferenza socialmente evitabile chiede l’ascrizione di diritti fondamentali alle persone, perché essi le proteggano contro una classe di impieghi del potere politico e sociale, di cui hanno dato buona prova le burocrazie della crudeltà e della banalità del male del secolo appena concluso.

Questi diritti fondamentali devono funzionare come vincoli sull’esercizio dei poteri, quali che siano, proteggendo dalle male vite le persone, quali che siano e ovunque siano.

ELO

Bibliografia:

Primo Levi: Se questo è un uomo 1958

Kenneth Anderson: saggio 2000 After Seattle: Ngo’s and Democratic Sovereingnity in an Era of Globalization

Alto Commissario per i diritti umani, Rapporti Genève 1999

John Rawls: “The Law of peoples” Harvard University

 Yael Danieli; Elsa Stamatopoulou; C J Dias: The Universal Declaration of Human Rights : fifty years and beyond

Michael Ignatieff: “Una ragionevole apologia dei diritti umani”

Jack Donnelly:” Human rights and Asian Values; A defense of Western Universalism”

Richard Falk: The Quest for Human rights, in Predatory Globalization: A Critique. 1999

Isaiah Berlin: ” Two concepts of Liberty” 1958

Charles Taylor: Condition of an unforced Consensus of Human Rights

Avishai Margalit: The Ethics of Memory 1999 Cambridge 

Judith N. Shklar: The Liberalism as Fear, in Stanley Hoffman, a cura di, Political Thought and Political Thinkers University of Chicago 1998

 

Related posts